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Cultura-Culture
Giulio Bedeschi
Medico, scrittore
[Arzignano, 1915 - Verona, 1990]
BIOGRAFIA
Giulio Bedeschi nacque ad Arzignano.
A Vicenza frequenta i primi anni della scuola, ma ben presto è costretto a seguire gli spostamenti della famiglia, dapprima a Venezia e poi a Forlì, imponendogli di terminare gli studi all'Università di Bologna: diventa medico e nel 1940 termina la Scuola Allievi Ufficiali a Firenze.
Il destino che lo legherà indissolubilmente alla vita militare e alla guerra lo attende alle porte: Bedeschi viene infatti incaricato di far parte di una commissione medica che deve esaminare i giovani soldati destinati al fronte greco-albanese.
Colpito nell'intimo da questa esperienza, decide in breve tempo di arruolarsi volontario e di partire anch'egli per il fronte. Da quel momento in poi, diversi eventi che si intrecciano tra di loro portano Bedeschi nell'estate del 1942 sul fronte russo, dove rimarrà fino alla ritirata.
E' durante quella drammatica e tragica esperienza, di soldato e di uomo, che Bedeschi matura la convinzione interiore e l'ispirazione per scrivere quello che diventerà la sua più intensa testimonianza di vita, magistralmente narrata nel suo capolavoro "Centomila gavette di ghiaccio".
Per comprendere meglio il significato dell'opera, è necessario inquadrare brevemente il periodo storico durante il quale gli avvenimenti si svolsero.
Tra il novembre del 1942 e il febbraio del 1943 i comandi delle forze armate italiane non avevano previsto l'offensiva russa sul fiume Don e si erano ormai preparati a trascorrere l'inverno nei rifugi dello sconfinato territorio dell'est. Il 13 dicembre del '42, all'improvviso, arriva l'ordine di ritirata, dettato dalla constatazione che l'offensiva russa sul Voronez si sarebbe presto saldata a quella di Stalingrado, più a sud. A rischio di un accerchiamento dalle conseguenze imprevedibili, l'Armata alpina italiana iniziò rapidamente a ritirarsi, percorrendo sentieri non battuti e combattendo in ogni modo contro i partigiani e i soldati russi. Fu uno dei momenti più drammatici per i nostri giovani soldati, 12 giorni e 11 notti dal 16 al 27 gennaio 1943, tra imboscate, pericoli scampati miracolosamente, notti all'addiaccio con temperature di oltre 30 gradi sotto zero e intere giornate senza toccare cibo.
Questa drammatica esperienza di vita e di morte fornì a Bedeschi materiale più che sufficiente per scrivere, a guerra ultimata, tra il '45 e il '46, il libro in oggetto, il quale però ebbe una storia piuttosto travagliata.
Fu infatti rifiutato per ben 18 anni da tutti gli editori ai quali era stato proposto e soltanto nel 1963 l'editore milanese Ugo Mursia lo pubblicò, in una collana dedicata alla seconda guerra mondiale.
Ebbe buon fiuto, perchè da allora "centomila gavette di ghiaccio" è diventato un classico della letteratura di guerra, con le sue 130 ristampe e la traduzione in molte lingue straniere.
Pur senza rinunciare alla sua professione di medico, Bedeschi intraprese, grazie alla notorietà ricavata dal successo del libro, una parallela carriera di giornalista-scrittore.
Nel 1966 scrisse "Il peso dello zaino", ideale prosecuzione del primo fortunato libro, che racconta le vicende dei reduci della sua batteria dopo la fine della guerra.
Per circa un ventennio Bedeschi divenne il curatore di una collana, sempre edita da Mursia, intitolata "C'ero anch'io", una raccolta di testimonianze di quanti combatterono sui diversi fronti della guerra.
L'eredità letteraria da lui lasciata ai posteri si fonde con quella di uomo retto e coraggioso, testimone di una pagina triste ma importante della nostra storia.
Il suo "Centomila gavette di ghiaccio" è giustamente considerato uno dei testi più importanti della storia degli Alpini italiani, la loro epopea in terra di Russia, una vicenda ancora viva nel ricordo di quanti sono sopravvissuti, e un inno alla memoria di coloro che non ci sono più.
Il suo libro fu definito unanimemente "un grande affresco di storia e di umanità", autobiografico e al tempo stesso testimonianza di mille altre vite, quelle degli alpini della gloriosa divisione Julia.
(http://www.alpini.it/alpini/igrandialpini/bedeschigiulio.html)
Questa PREGHIERA DELL'ALPINO IGNOTO è stata scritta dal tenente medico Giulio Bedeschi del gruppo di artiglieria alpina "Conegliano" mentre seduto su un muretto della caserma di Osoppo nel giugno 1943, osserva una batteria di muli sul fiume Tagliamento portati all'abbeverata dai conducenti. I ricordi e le emozioni delle recenti drammatiche vicende vissute sul fronte russo sono ancora così vivi ed il pensiero lo riporta nella gelida steppa russa. Rivede i compagni che non sono tornati, l'ultimo della colonna rimasto nella solitudine ed immedesimandosi in una sua preghiera, ne raccoglie lo spirito e l'ultimo pensiero.
Preghiera dell'alpino ignoto
Tu per le mie ferite
da cui scese sangue
alla terra alle pietre
al fango alla neve
dovunque passai;
Tu per il mio silenzio
e il mio dolore senza volto
e il mio respiro che cessò
senza lamento
nell'invocare Te;
Tu per il lungo calvario
d'ogni fratello alpino
che giacque infine riverso
in quell'ora e per sempre
simile a me
nella sua stessa offerta;
Tu per gli occhi di mia madre
fermi nel buio fermi nel vuoto
in cui vedesti tremolare
e cadere verso Te dalle ciglia
la luccicante preghiera;
Tu per le mani di mio figlio
che mai sentirono le mie
e non ebbero più guida
se non di ricordo;
Tu, o Signore, tendi la mano
per quanto noi ti offriamo,
preserva dalla vita e dalla morte
ch'io conobbi in sorte
e benedici
ogni fratello che vive.
Benedici l'Italia.
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